In un libro diventato quasi un breviario per gli studiosi del mondo classico, I Greci e l’irrazionale, Eric Dodds, all’inizio degli anni cinquanta del secolo scorso introduceva nello studio della civiltà greca due concetti antitetici: Civiltà di Colpa e Civiltà di Vergogna. Come ha spiegato bene Eva Cantarella nel suo celeberrimo libro Itaca, Dodds riprendeva, applicandoli al mondo degli eroi greci dell’età omerica, due chiavi interpretative utilizzate dall’antropologa Ruth Benedict nel suo saggio Il crisantemo e la Spada, destinato, durante la seconda guerra mondiale, a preparare gli Americani all’incontro con la civiltà e la mentalità giapponese.

Dodds vedeva nella società omerica due modelli comportamentali, ai quali si riconducevano, nella coscienza comune i principi di adeguatezza e correttezza della condotta eroica. In particolare egli riconosceva nella comunità dei guerrieri dell’Iliade la Civiltà di Vergogna e invece nella più evoluta organizzazione sociale dell’Odissea i dispositivi etici propri della Civiltà di Colpa. La Cantarella opportunamente sottolinea come questi due modelli interpretativi siano di natura prettamente teorica e come sia difficile ricondurre in assoluto totalmente all’uno o totalmente all’altro non solo gli ambienti descritti da Omero, ma ogni possibile contesto sociale. Cercheremo ora di capire meglio, attingendo direttamente al testo omerico cosa si intenda per Civiltà di Vergogna e per Civiltà di Colpa.

Inizieremo dall’Iliade e quindi dal principio della vergogna.

Nel sesto libro dell’Iliade è narrato il celebre episodio dell’incontro di Andromaca, che tiene in braccio il piccolo Astianatte, con il marito Ettore, il principale eroe troiano, il baluardo della sua città. Andromaca supplica Ettore di ritornare a palazzo e di non ingaggiarsi più in duelli e scontri che potrebbero vederne la morte e aprire a lei e al piccolo un tragico destino di schiavitù e miseria. Ma Ettore risponde così (Il. 6.440, sgg.):

Τὴν δ’ αὖτε προσέειπε μέγας κορυθαίολος ῞Εκτωρ· 
 ἦ καὶ ἐμοὶ τάδε πάντα μέλει γύναι· ἀλλὰ μάλ’ αἰνῶς 
 αἰδέομαι Τρῶας καὶ Τρῳάδας ἑλκεσιπέπλους, 
 αἴ κε κακὸς ὣς νόσfιν ἀλυσκάζω πολέμοιο· 
 οὐδέ με θυμὸς ἄνωγεν, ἐπεὶ μάθον ἔμμεναι ἐσθλὸς 
 αἰεὶ καὶ πρώτοισι μετὰ Τρώεσσι μάχεσθαι 
 ἀρνύμενος πατρός τε μέγα κλέος ἠδ’ ἐμὸν αὐτοῦ.

A lei allora disse Ettore il grande, dall’elmo lucente:

“Certo, anche a me, moglie, stanno a cuore tutte queste cose;

ma ho terribilmente vergogna dei Troiani e delle Troiane lunghe vesti,

se mai come un vile io cerchi di scansare la guerra.

Né mai l’animo mi suggerì questo, poiché ho imparato a esser valoroso

sempre e in prima fila con i Troiani a combattere,

salvando la grande gloria del padre e la mia personale.

Ettore e Andromaca, con il piccolo Astianatte

Αἰδέομαι significa “mi vergogno, ho riguardo” ed esprime il senso di preoccupazione che anima chi teme di venir meno nella stima di coloro che misurano il comportamento altrui sui modelli indiscutibili, comunemente accettati, ai quali è necessario che l’eroe impronti la propria condotta, a pena di cadere nel disprezzo e nella perdita assoluta non solo del prestigio, ma anche dei privilegi del comando. Tutti devono vedere, tutti possono giudicare. L’eroe non si può permettere di screditare se stesso e soprattutto i suoi antenati. Egli ha una dignità da difendere fondata sul κλέος kléos, la gloria, personale e dei suoi maggiori. L’eroe deve essere all’altezza della tradizione di famiglia e dell’idea che di lui hanno gli altri: sia la gente del popolo sia gli altri eroi di pari livello. Il concetto che egli ha di sé è definito dal valore che gli attribuiscono gli altri. L’impresa eroica, la sfida del coraggio, la virtù militare, sono i fondamenti etici e i criteri di giudizio della comunità che egli vive come suoi e dei quali ha rispetto. La Civiltà di Vergogna si fonda quindi su modelli socialmente condivisi e accreditati nell’immaginario collettivo. È una civiltà dell’agire.

Veniamo ora al concetto di Civiltà di Colpa.

Siamo ancora in un sesto libro, ma questa volta siamo nell’Odissea. Il protagonista, Odisseo, è stato sbattuto dalla tempesta sulla spiaggia dell’isola di Scheria, abitata da un mitico popolo di pacifici e tecnicamente imbattibili navigatori. In riva al mare, ancora lordo di salsedine e di fango, nudo e sconvolto dall’esperienza del naufragio, incontra alcune fanciulle, fra le quali Nausicaa la figlia del re Alcinoo e le chiede aiuto. La giovane principessa non è rimasta impaurita dall’aspetto trascurato e selvaggio dello straniero, anzi ne ha sentito subito il fascino e ne ha percepito la statura. Lo ha fatto lavare e vestire dalle sue ancelle, e infine lo invita a seguirla in città e chiedere a sua madre, Arete, la protezione accordata solitamente ai naufraghi. Ma la giovane principessa, prima della salita dalla spiaggia alla città: mette in chiaro alcune regole di comportamento (Od. 6.270 sgg.)

οὐ γὰρ Φαιήκεσσι μέλει βιὸς οὐδὲ φαρέτρη, 
 ἀλλ’ ἱστοὶ καὶ ἐρετμὰ νεῶν καὶ νῆες ἐῖσαι, 
 ᾗσιν ἀγαλλόμενοι πολιὴν περόωσι θάλασσαν. 
 τῶν ἀλεείνω φῆμιν ἀδευκέα, μή τις ὀπίσσω 
 μωμεύῃ
· μάλα δ’ εἰσὶν ὑπερφίαλοι κατὰ δῆμον· 
 καί νύ τις ὧδ’ εἴπῃσι κακώτερος ἀντιβολήσας· 
 ‘τίς δ’ ὅδε Ναυσικάᾳ ἕπεται καλός τε μέγας τε 
 ξεῖνος; ποῦ δέ μιν εὗρε; πόσις νύ οἱ ἔσσεται αὐτῇ.

Ai Feaci nulla importa d’arco e faretra,

ma alberi e remi di navi e navi ben bilanciate

delle quali si vantano attraversando il mare canuto.

Di loro evito le dicerie fastidiose, che qualcuno alle spalle

Mi biasimi; tra il popolo ci sono assai prepotenti,

ed ora ecco qualcuno malvagio incontrandomi potrebbe dire:

Chi è questo straniero bello e grande che segue

Nausicaa? Dove mai l’ha trovato? Di certo sarà il suo sposo.

Odisseo deve quindi seguire il piccolo corteo della principessa, ma a debita distanza. Nausicaa, infatti, si preoccupa di offrire uno spettacolo che la metterebbe in imbarazzo. Certo, anche in questo caso, ci troviamo di fronte a un giudizio sociale, ma la prospettiva è rovesciata, la vergogna non riguarda il fatto di non essere all’altezza di comportamenti virtuosi, ma si connette alla preoccupazione di agire in modo da essere mal giudicata ponendo in essere comportamenti ritenuti negativi per la valutazione collettiva. La Civiltà di Colpa è una civiltà dell’evitare.

Joachim Von Sandrart: “Odisseo e Nausicaa”

Come si noterà facilmente il meccanismo sociale dei due modelli è analogo, ma antitetico è quello che potremmo definire l’orientamento ovvero l’assetto della prassi. Nella Civiltà di Vergogna l’eroe deve compiere imprese dalle quali risulterà evidente il suo valore. E quindi il suo impegno è orientato al gesto significativo, all’azione eclatante, al superamento della media dei comportamenti e della prassi ordinaria. Nella Civiltà di Colpa il soggetto deve evitare azioni per le quali potrebbe essere accusato di aver violato norme condivise, deve dimostrare capacità di freno e auto-contenimento. È apprezzata la capacità di mantenersi entro i limiti di un ordinario e condiviso ambito di azione configurato come proiezione sociale di una modalità soggettiva omologata e rassicurante. Forse per noi oggi questi modelli, queste regole di comportamento sono obsoleti e rinviano a società arcaiche. Forse ci vengono alla mente ambienti meridionali regolati da severi timori di violazione della norma o passate realtà nostrane caratterizzate da certa ipocrisia socialmente praticata come forma di difesa di capricci individuali.

In realtà non è proprio così. La questione è molto più complessa e ha a che fare con situazioni assai più vicine a noi di quanto non pensiamo. Innanzi tutto dobbiamo renderci conto che nelle comunità odierne preadolescenti e adolescenti, il bullismo, di cui sentiamo continuamente parlare, nasce in contesti nei quali la leadership educativa adulta è venuta meno e lascia il campo a forme di affermazione di sé improntate a violenza e forza, secondo modelli implicitamente (ma neanche tanto) proposti dalla potenza dei media. A rischio di sembrare banale, non è possibile non ricordare come la società dei consumi basi le sue dinamiche sui fattori di vergogna, proponendo l’uniformarsi ai modelli di superiorità d’immagine come unica e valida forma di adeguatezza. Il possesso di determinati elementi o l’assunzione di particolari comportamenti, considerati status symbol, risponde perfettamente alla taratura delle regole condivise su modelli “pseudoeroici” di consumo. L’imperativo categorico intersoggettivo, dettato dalla pervasività pubblicitaria, fortemente condizionante e radicata nell’immaginario collettivo, fa leva sulla superiorità del possesso e del dominio come principio di affermazione.

I più anziani ricorderanno di certo gli slogan collegati a un noto brandy Italiano (“Il signore sì che se ne intende”) o la performance di un giovane che a colpi di martello ri-modella un maggiolino nell’auto dei sogni, con implicito colpo basso al marchio tedesco). Schemi etici riconducibili alla Civiltà di Colpa si individuano invece in ambienti più socialmente elevati, nei quali il politically correct, come fattore guida delle scelte comunicative e comportamentali, scade talora in una finzione di tipo teatrale, tale da rendere falsi i rapporti e suscitare, mascherando la realtà, reazioni anche violente in grado di generare ambiguità di relazioni e ipocrisia sociale. Non è difficile individuare nel mondo dello spettacolo e della politica, ma anche delle attività produttive e manageriali, situazioni simili. Basti solo pensare a quanti personaggi hanno dovuto chiedere scusa per affermazioni e atteggiamenti assolutamente sinceri, che hanno provocato reazioni isteriche sui social, al di là della loro legittimità e fondatezza logica. In tale prospettiva il mondo di internet e dei social è pieno di queste situazioni. Non si dice più ciò che si pensa realmente, ma ciò che non disturba il pensiero comune, così da guadagnarne in simpatia e credito.

E dunque, non si può dire che una civiltà sia solo di colpa o solo di vergogna. Ci sono ambienti ed epoche marcate più da un modello che dall’altro, ma in genere le forme convivono, specie nelle società complesse e stratificate come quelle in cui viviamo oggi. In ogni caso, è ancora una volta la nitidezza dei paradigmi classici che ci aiuta a comprendere noi stessi e il nostro mondo. Attraversare un fiume alla foce è operazione molto più complessa che passarlo vicino alla fonte.

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