Nel corso della sua carriera il giornalista Francesco Bommartini ha collaborato con testate come «Il Fatto Quotidiano», «L’Arena» e riviste a tiratura nazionale come «Style» del «Corriere della Sera», «Rumore» e «Inchiostro», e da qualche anno scrive anche per il nostro Heraldo. Ha fondato nel 2003 una delle prime webzine musicali, UnderGround zOne, esplorando il rapporto tra musica e internet anche attraverso il suo canale YouTube. È autore di altri quattro libri sulla musica, tra cui «Riserva Indipendente» (Arcana, 2013) e «Rocker & Youtuber» (Arcana, 2020).

Il suo ultimo lavoro, “A Berlino con David Bowie” è il quinto della sua carriera di scrittore e si inserisce nella collana “Passaggi di Dogana” della Giulio Perrone Editore, una serie di guide letterarie che esplorano città attraverso le vite e le opere di personaggi illustri che vi hanno vissuto. Un approccio narrativo che offre al lettore una prospettiva unica, intrecciando la storia personale dell’artista con la geografia urbana, permettendo così di scoprire luoghi carichi di suggestioni letterarie e culturali.

Bommartini nella sua ultima opera esplora ovviamente il fortissimo legame nato fra David Bowie e Berlino, spiegando come la città abbia influenzato l’artista e come, a sua volta, Bowie abbia lasciato un’impronta indelebile nella cultura berlinese. Il libro, fra l’altro, sarà presentato in anteprima nell’ambito della rassegna “Extra Festival” legata al Festival del Giornalismo di Verona sabato 5 aprile alle 10 nella Villa Carrara Bottagisio di Bardolino, insieme allo scrittore e storyteller Diego Alverà, moderati nell’occasione dal giornalista Andrea Diani. Un’occasione per dialogare sulla ricerca che ha portato a questo lavoro e per ripercorrere idealmente le orme di un grande artista in una città dalla storia unica come la capitale tedesca.

Bommartini, innanzitutto cosa l’ha spinta a scrivere un libro sul rapporto tra David Bowie e Berlino?

La copertina del libro di Bommartini

«La passione per la città, lo ammetto. L’ho visitata una decina di volte dal 2009, e la amo profondamente. Ma apprezzo molto anche Bowie e la sua carriera, così multiforme. Così ho deciso di unire le due cose.»

Qual è stato l’aspetto più affascinante della ricerca su questo periodo della vita di Bowie?

«Forse ritrovare tanti luoghi che ho vissuto anche io, seguendo le sue orme. E poi scoprire tanti nuovi aneddoti, nonché approfondire i dietro le quinte della cosiddetta “Trilogia Berlinese“. Uno dei picchi supremi della discografia di David Bowie.»

Bowie ha trovato in Berlino un rifugio e una rinascita artistica. Quali elementi della città hanno contribuito maggiormente a questa trasformazione?

«Direi soprattutto la possibilità di muoversi come un comune cittadino, al riparo anche dall’aura di rockstar. Questa situazione ha permesso a lui e a Iggy Pop, suo sodale e all’epoca eroinomane, di ripulirsi e di gettarsi tra le braccia di una città ricchissima di stimoli.»

Nel libro racconti il passaggio di Bowie attraverso luoghi simbolici di Berlino. Ce n’è uno che, secondo lei, rappresenta meglio il suo percorso di redenzione?

«Probabilmente la sua casa di Hauptstrasse 155, nel quartiere di Schöneberg. Lì, infatti, ha passato molto tempo, come testimoniato in alcuni brani tra i quali “Sound and vision” incisa per “Low” (1977). Nel testo canta: “Blue, blue, electric blue / That’s the colour of my room / Where I will live“, mentre cercava di uscire dalla dipendenza da cocaina, mutuata dal suo periodo losangelino. Nel libro parlo di molti luoghi che ha visitato, e io stesso ho seguito il suo cammino, anche nel novembre 2024 quando mi sono recato al Brucke Museum, dove è nata anche l’idea per la cover di “Heroes“.»

Come descriverebbe l’influenza della “Trilogia Berlinese” sulla musica contemporanea?

«Sin da subito è stata enorme, e di conseguenza lo è anche sulla musica odierna. L’unione con Brian Eno è stata una contingenza epocale, come facilmente riscontrabile soprattutto nei secondi lati di “Low” e “Heroes”, senza scordare il bistrattato “Lodger“, in cui però il sodalizio era al termine. E poi anche Tony Visconti ha avuto un ruolo importante, in fase di regia, così come Robert Fripp, Andrew Belew e altri grandi musicisti che hanno partecipato a un processo di registrazione assai avventuroso. Nel libro ho dedicato anche un capitolo alla disamina di questi aspetti, che ritengo figli diretti dell’ambiente berlinese.»

La sperimentazione è un elemento centrale in questi album. Quali scelte artistiche di questo periodo di Bowie l’hanno colpita di più?

«Amo molto “Low”, proprio perché è imperfetto. Persino il blocco lirico, riscontrabile nei brani, è caratterizzante. Direi che forse è proprio questo l’aspetto che più mi ha colpito, ma onestamente le trovate di Bowie ed Eno messe assieme risultano veramente esplosive.»

Foto da Unsplash di Katy Hardman

Il Glass Spider Tour è stato un momento importante nella carriera di Bowie, e la tappa di Berlino l’ha sottolineato. Crede che Bowie avesse una consapevolezza politica forte di ciò che stava accadendo?

«Ma notando la sua “presenza” nel mondo direi di sì. Specie dopo il periodo berlinese, in cui comunque nei testi ha iniziato ad affrontare meglio situazioni attigue alla realtà. Quel concerto, riportano le cronache, fu leggendario sia a livello artistico che di mood, con i berlinesi dell’Est che urlavano da dietro il Muro per sostenere Bowie e con lui che rispose in modo accorato.»

C’è un aneddoto meno conosciuto che ha scoperto durante la scrittura del libro e che l’ha particolarmente colpita?

«Non sapevo che la sua dieta losangelina, nel periodo di peggior dipendenza dalla cocaina, fosse a base di peperoni e latte. Raccapricciante.»

Qual è stato il brano o l’album di questo periodo che, secondo lei, incarna meglio l’evoluzione dell’artista?

«Ma “Heroes” forse è più centrato, quantomeno più digeribile dalla massa. E gran parte del merito va a quel capolavoro della title-track. Aver visto dall’Hansa Studios come è nata per me è motivo di emozione.»

Oltre alla musica, Bowie si è lasciato influenzare dall’arte e dal cinema di Berlino. Come questi elementi hanno influenzato il suo lavoro?

Francesco Bommartini

«Moltissimo. Innanzitutto, sono stati importanti proprio per spingerlo a trasferirvisi nel 1976. Nello specifico la lettura di “Addio a Berlino” di Isherwood lo colpì molto e pare che un dialogo con lui fu
cruciale per convincere Bowie. Inoltre, il krautrock, che a Berlino ha attecchito, lo ha molto interessato.»

Se dovesse consigliare a un giovane ascoltatore un punto di partenza per scoprire la “Trilogia Berlinese”, quale sarebbe e perché?

«Rispondo banalmente: “Heroes”. Perché contiene l’omonima traccia, perché è un bel disco e – nonostante sia prodotto in modo più “morbido” rispetto a “Low” – mantiene le peculiarità sperimentali, specie sul secondo lato. Un brano come “Sense of doubt” è mastodontico, e sempre inquietante.»

Come si collega questo libro ai suoi lavori precedenti sulla musica?

«Ci sono molte differenze, in realtà. Forse l’unico reale collegamento è l’amore per la musica, che mi spinge a continuare a riversare tempo e denaro in questa attività.»

Cosa si augura che rimanga ai lettori da questo libro?

«Spero di riuscire a farmi voce del Bowie berlinese e di riuscire a trasmettere l’atmosfera e le circostanze della Berlino di ieri, ma anche di oggi.»

Foto da Unsplash di Gabriel Bassino

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