Gli ultimi 80 anni del nostro Paese… secondo Corrado Augias
Tra aneddoti d'infanzia e ricordi degli esordi giornalistici, Corrado Augias ha portato al Festival del Giornalismo di Verona la sua visione degli ultimi 80 anni del nostro Paese.

Tra aneddoti d'infanzia e ricordi degli esordi giornalistici, Corrado Augias ha portato al Festival del Giornalismo di Verona la sua visione degli ultimi 80 anni del nostro Paese.
La chiusura della quinta edizione del Festival del Giornalismo di Verona è servita per tracciare un racconto degli ultimi 80 anni di storia dell’Italia con la partecipazione, in videoconferenza, del giornalista, autore e conduttore televisivo Corrado Augias, in libreria con la sua ultima opera, “La vita s’impara”.
L’incontro, intitolato proprio “1945-2025: a 80 dalla fine della Seconda Guerra Mondiale come è cambiata l’Italia?”, è stato preceduto dai saluti istituzionali dell’Assessora alla Cultura del Comune di Verona Marta Ugolini, «Siamo felici di aver supportato il Festival perché crediamo che sia necessario fare buona informazione. Grazie a Fucina Machiavelli, una fucina vera e propria», che ha annunciato anche l’apertura della mostra al Museo di Castelvecchio “Fascismo Resistenza Libertà. Verona 1943-1945”.
Lucia Dal Negro, CEO e co-fondatrice di deLab – sostenitori di questo evento conclusivo – che ha commentato: «Siamo al fianco dal Festival da cinque anni. Questa serata secondo noi può darci spunti e idee per capire il presente, che somiglia molto al passato. Abbiamo invece bisogno di futuro».
A dialogare con Corrado Augias sul palco della Fucina Machiavelli è salita la giornalista del Corriere della Sera Marianna Peluso, che ha iniziato a ripercorrere insieme ad Augias gli ultimi anni del Regno d’Italia, coincisi con l’infanzia del giornalista nato a Roma da una famiglia di origine francese: «La mia infanzia è stata rattristata dalla guerra e dalla morte. Ricordo quei mesi come un incubo».
Le forze americane guidate dal generale Mark Wayne Clark entrano nella Roma liberata il 4 giugno 1944, una data che Augias ricorda per «i carri armati e i carristi per lo più neri che si sporgevano dalle torrette. Ci tiravano caramelle, gomme americane e sigarette. Io ero un bambino, loro giovanotti di 25 anni che mi sembravano enormi».
La fine della guerra segna anche la vittoria della Resistenza: «Si dice per svilire “Erano quattro giovanotti in pantaloni corti”… Non è cosi. I tedeschi dovettero impegnare due divisioni per fronteggiare la Resistenza. So benissimo che le ragioni che spinsero quei ragazzi a combattere erano le più diverse ma erano tenuti insieme tutti dal volere sconfiggere l’occupante nazi-fascista. La Resistenza è stata il biglietto di reingresso nelle società democratiche, che ci ha permesso di eleggere un assemblea costituente che ha scritto la costituzione liberamente, diversamente dai nostri ex-alleati tedeschi e giapponesi» commenta Augias.
Nonostante il ricordo nitido di quei giorni che il giornalista restituisce al pubblico presente, Augias spiega che non aveva consapevolezza di quello che stava accadendo. Era un bambino che giocava con i residuati bellici assieme ai coetanei. Un ricordo che «mi suscita una forte compassione nel senso etimologico di “patire insieme”» dice, pensando a quello che stanno passando adesso i bambini in Palestina ed Ucraina.
Se del Referendum istituzionale del 2 e 3 giugno 1946 Augias ricorda solo i manifesti pro-Repubblica che rubava con gli amici da un hangar «perché avevano dei bei colori», molto più presente nella sua memoria è la campagna elettorale, «accanitissima», per le prime elezioni politiche del 1948 di cui, forse, aggiunge, non c’era bisogno visto che la maggioranza del paese era già per stare sotto l’influenza occidentale dei liberatori americani.
La conversazione salta agli anni Settanta, quando Corrado Augias fu corrispondente da New York per La Repubblica: «Era un’America interessante. Stavano maturando i movimenti dí metà anni Sessanta. Ho documentato gli hippie, i “flower child”, una roba commovente e patetica» ricorda. L’impegno come giornalista oltreoceano non era poi tanto diverso rispetto ad oggi, dice Augias, quando si parla di “essere assediati delle notizie”: «Eravamo assediati anche quando non c’era questo putiferio di adesso. Quando in uno stanzone battevano 20 telescriventi contemporaneamente l’assedio era molto più rumoroso di oggi. La basilare lunga esperienza mi portava a riconoscere al volo la notizia da seguire e quella da buttare via».
Un episodio degli anni Settanta del quale Peluso chiede un commento ad Augias è la lettera di Italo Calvino del 4 novembre 1975, nella quale lo scrittore rispondeva ad una lettera di Pier Paolo Pasolini, morto 2 giorni prima, del 30 ottobre pubblicata sul Mondo. “Pasolini mi indirizzava una lettera aperta sulla violenza nel mondo d’oggi” esordisce Calvino, “polemizzava col mio articolo del Corriere sul delitto del Circeo, perché io descrivevo un processo di degradazione della società senza darne spiegazioni”.
Questo pubblico scambio epistolare tra due dei più grandi pensatori italiani del secondo Novecento metteva in luce la violenza che dilagava nella società, un fenomeno che riscontriamo anche cinquant’anni dopo. «Calvino in quella frase non lo scrive perché era politicamente corretto» osserva Augias, «ma dice che questo aumento della violenza privata è legato al fatto che non c’è la guerra, e non è tutto sbagliato. Ottant’anni di pace significa che tre generazioni non hanno conosciuto la guerra. Sono ragazzi che hanno perso un connotato dell’umanità perché ogni generazione della storia ha avuto una guerra».
Dal 1987 al 1992 Augias è in televisione, su Rai 3, con “Telefono giallo”, programma che si occupava di cold-case basandosi solo sui materiali dei processi e non, dice Augias, sul dibattito tra esperti nei giorni in cui il fatto è appena avvenuto. Tra i casi che vennero riaperti grazie al suo lavoro c’è la strage di Ustica, per la quale Paolo Borsellino lo ringraziò telefonicamente, ricorda Augias: «Quello fu un delitto di Stato ma di quale Stato non lo sapremo mai. Tra un secolo chissà. Questi delitti non si smascherano mai».
Nel 1992 non solo termina l’esperienza di “Telefono giallo”, ma l’Italia è sconvolta da Tangentopoli e il conseguente epilogo della Prima Repubblica. Si sciolgono la DC e anche il PSI, partito a cui Augias si era iscritto dopo “un’esame d’ammissione”. Nonostante la fine ingloriosa di questi partiti Augias dice: «Adesso non ci sono più i partiti. Una volta i partiti erano una cosa seria. Questo denotava un carattere, l’impegno politico presupponeva un impegno culturale».
Sulle forze politiche attuali che si scontrano in televisione e ancor di più sui social media, dove la critica è stata soppiantata dall’insulto, Augias mette in guardia dalla manipolazione delle dichiarazioni: «Quando andavo a scuola mi insegnavano a non citare una parola o frase fuori dal suo contesto. Oggi quando dico una cosa in tv prendo delle cautele perché conosco i miei polli e faccio una premessa. Bene, vengono sempre prese due, tre parole e a quelle vengo impiccato. Fa parte del costume contemporaneo. È facile deformare il bersaglio per poterlo infilzare meglio».
Dopo 80 anni l’Italia è profondamente cambiata, anche solo esteticamente fa notare il giornalista: «Gli italiani di oggi sono un’altra cosa». Tuttavia alcuni valori dai quali ripartire secondo Augias resistono, anche se non manifestati apertamente. Ne è un esempio la manifestazione per l’Europa promossa da Michele Serra a Roma, alla quale ha preso parte: «Ho chiuso dicendo “Viva l’Europa unita. Viva l’Italia”. Quel vecchio grido ha suscitato una reazione fortissima. Mi ha fatto capire che noi italiani ci vergogniamo un po’ di manifestare questi sentimenti al contrario degli americani che lo fanno in maniera anche un po’ cafona. Però esistono e molti di noi li coltivano e questo ci rende cittadini di questa Repubblica».
Con questo augurio di Corrado Augias si è chiusa la quinta edizione del Festival del Giornalismo di Verona, organizzato da Heraldo con il Comune di Verona, che continua con l’Extra Festival in provincia fino al 16 aprile.
(C) RIPRODUZIONE RISERVATA