Nell’ordinamento giudiziario italiano, la giustizia riparativa è stata progressivamente integrata, soprattutto con la riforma Cartabia (D.Lgs. 150/2022), che ne ha rafforzato il ruolo e incentivato l’impiego. Viene applicata in modo complementare alla giustizia tradizionale, offrendo percorsi di mediazione tra autore del reato e vittima, con l’obiettivo di favorire una rielaborazione del conflitto e, quando possibile, una riparazione concreta del danno. In molte situazioni di mediazione assistiamo a persone che si scusano con la vittima delle loro azioni. Tuttavia, sorge spontanea una domanda: le scuse, per quanto sincere, possono essere sufficienti? Per rispondere, è importante comprendere il significato psicologico del chiedere scusa e del senso di colpa.

Il potere delle scuse nella giustizia riparativa

Le scuse autentiche hanno un grande potere trasformativo. Possono rappresentare un momento di riconoscimento del danno inflitto, di assunzione di responsabilità e di apertura al dialogo. Quando chi ha commesso un reato esprime un pentimento sincero, può generare nella vittima un senso di validazione e riconoscimento della propria sofferenza, elementi fondamentali per un percorso di elaborazione del trauma.

Quando le scuse non bastano

Tuttavia, le scuse da sole non sempre sono sufficienti. Una vittima può percepirle come vuote se non accompagnate da azioni concrete di riparazione. Il perdono, quando avviene, è un processo soggettivo che non può essere imposto né prescritto. Inoltre, esistono casi in cui il danno subito è talmente profondo da rendere le scuse inadeguate come forma di riparazione, specialmente se non vi è un sincero impegno a cambiare comportamento o a risarcire in modo tangibile il danno causato.

Il senso di colpa: un ostacolo o un motore di crescita?

In termini psicodinamici, il senso di colpa è un modo per proteggere la nostra identità ristabilendo una coerenza dell’Io. Da questo punto di vista, il senso di colpa può essere un meccanismo di difesa psichico che permette di dimostrare a sé stessi di essere ancora “dalla parte del bene” e coerenti con l’immagine di sé, evitando così una più dolorosa riconsiderazione della propria identità.

Tuttavia, quando il senso di colpa si trasforma in un’ossessione per la propria sofferenza, rischia di diventare una trappola che imprigiona l’individuo in una posizione egocentrica. Invece di guardare davvero le conseguenze delle proprie azioni, si resta intrappolati in un rimuginio continuo, un circuito chiuso di autoaccusa che sembra profondo ma in realtà evita il confronto con la realtà.

La psicoanalista Melanie Klein parlava di due modi di stare nel mondo: uno più infantile, in cui si vedono le cose in bianco e nero, e uno più maturo, in cui si riesce a tollerare la complessità. Rimanere intrappolati nel senso di colpa equivale a restare nel primo stadio: tutto si riduce a “sono una persona terribile”, senza lasciare spazio a una vera elaborazione. Invece, il passaggio verso una maturità emotiva avviene quando si accetta il dolore di aver ferito qualcuno e si sceglie di agire per rimediare.

Il problema del senso di colpa sterile è che non porta beneficio né a chi lo prova né a chi ha subito il torto. È solo quando si riesce a uscire dal loop dell’auto-commiserazione e si guarda davvero l’altro che il senso di colpa smette di essere un peso inutile e diventa responsabilità autentica.

Un punto di partenza

Le scuse sono un punto di partenza importante, ma da sole non bastano. Perché una riparazione sia autentica, deve essere accompagnata da azioni concrete e da un sincero impegno al cambiamento. Se ben strutturata, la giustizia riparativa può offrire un’opportunità di trasformazione profonda, coinvolgendo non solo il reo, ma anche la vittima e l’intera società. Tuttavia, affinché ciò avvenga, è essenziale che il percorso non si limiti a un mero atto simbolico, ma conduca a un’effettiva riconciliazione con la realtà del danno e con il bisogno di riparazione.

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