I fatti sono noti: alle elezioni per il Governo del 25 settembre 2022 Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia arriva al 26%, Enrico Letta medita le dimissioni con un partito sotto il 20%, Giuseppe Conte ha salvato il salvabile e Carlo Calenda non ha vinto ma neanche perso, pur riuscendo a nascondere l’alleanza con l’ormai paria della politica, Matteo Renzi. Il cespuglio dei partiti “Novax/No euro”, esattamente come visto a livello locale con le Comunali 2022, non raggiunge il 3% e dimostra come sia da considerare un’innocua estensione dei social. Proviamo a calare il risultato del voto su Verona.

Il centro destra

Matteo Salvini sembra aver oramai intrapreso il percorso dell’altro Matteo (Renzi), percorrendo senza ripensamenti una strada che dalla gloria va alla polvere, nonostante una campagna mediatica e social al solito dirompente ed espansiva, l’unica peraltro a non aver rispettato il silenzio elettorale. A livello nazionale, dopo aver raccolto il 17,6% nel 2018 e aver contribuito alla nascita del Conte I, ora scende ben sotto la soglia psicologica del 10% (8,8%) e mostra come i mugugni del popolo di Pontida, presente alla recente kermesse, fossero del tutto giustificati. Una parabola a livello nazionale che, come visto dalle colonne di questo giornale, è in linea con il declino a livello locale veronese, dove la Lega (non più Nord) perde 3000 voti a tornata. Un disastro insomma: la segreteria salviniana a Verona, dal 2018, perde 2/3 dei consensi e vede col binocolo quell’oramai lontano 23,47% agguantato alle politiche di quattro anni fa.

Anche nelle performance dei singoli il distacco è evidente: nel collegio uninominale Veneto 2 – U06 (Comune di Verona) la Lega ottiene il 9,26% con l’elezione alla Camera di Fontana (che raccoglie 1808 indicazioni di voto); FdI è lontanissima con il 28,41% (35.858 voti). Non inganni poi l’elezione di Paolo Tosato al Senato, in quota lega: FdI raccoglie 169.500 consensi contro i 63.284 della Lega. Pure nella bassa veronese, FdI – che vede eletto Ciro Maschio nel Collegio uninominale Veneto 2 ,U07 Villafranca di Verona – stacca la Lega di quasi 22 punti percentuali.

Intanto, galvanizzato dall’essere virale su Tik Tok, Silvio Berlusconi rivitalizza Forza Italia che a Verona è in linea col risultato nazionale e che potrebbe portare a Roma anche Tosi. I moderati (Lupi, Toti) non pervenuti.

L’opposizione

Se Calenda a Verona ottiene un risultato il linea coi valori nazionali, la Sinistra – che a livello nazionale si attesta al 26% circa tra Camera e Senato, con un PD tra il 18 e il 19 percento – nella città scaligera raccoglie complessivamente il 24,73% (Collegio uninominale Veneto 2 – U06) alla Camera e il 21% al Senato, con un PD che viaggia tra le due Camere con valori che oscillano tra il 17 e il 14 percento. Di fatto, se sono valori punitivi a livello nazionale, confermano le performances storiche della sinistra e del PD (19,98 alla Camera, 20,65 al Senato) a Verona nel 2018. Il M5s, che a Verona raccolse il 22,13 al Senato nel 2018, si è sgretolato al Nord non presentandosi nemmeno alle elezioni comunali del 2022; non raccoglie oggi a Verona grandi consensi, attestandosi intorno al 6%.

Il confronto con le Comunali

Sebbene elezioni del territorio e nazionali abbiano spesso dinamiche diverse, è comunque interessante ipotizzare come, a questo punto, più che una vittoria di Tommasi la sconfitta del centrodestra sia figlia della faida interna tra i due ex sindaci (Tosi e Sboarina) e della scelta di FdI di puntare su un candidato che pare non aver saputo scaldare l’elettorato.

Se prendiamo a riferimento i risultati del Collegio uninominale Veneto 2 – U06 Verona (che, va detto, oltre al Comune coinvolge enti della Lessinia e del Nord del lago di Garda), possiamo constatare che il centro-destra abbia ottenuto più di 32mila voti rispetto alla somma dei risultati dell’intera opposizione, considerando un insieme disomogeneo PD+satelliti+M5s+IV/Azione.

Se questa dunque fosse la corretta chiave di interpretazione, l’idea di esportare “il modello Verona” a livello nazionale, che è stata più volte paventata, era velleitaria e poco concreta già in nuce e probabilmente non più riproponibile nemmeno a livello locale: di fatto, in questa fase storica potrebbe funzionare solo nel caso si verificasse una massiccia astensione dell’elettorato di centrodestra.

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