Il senso dell’essere villaggio
Una riflessione sul fenomeno mediatico delle baby-gang. Nuove idee e nuove opportunità per un confronto serio fra adulti, per il bene dei nostri ragazzi.

Una riflessione sul fenomeno mediatico delle baby-gang. Nuove idee e nuove opportunità per un confronto serio fra adulti, per il bene dei nostri ragazzi.
Nella prima parte del libro “Contro Ismene” lo psicoanalista Luigi Zoja, rievoca la figura di Odisseo come un personaggio che ad oggi sopravvive nella sua unicità e modernità; e racconta come Omero investa molto nella sua descrizione, caratterizzandolo di introspezione e capacità di immedesimarsi nell’altro.
L’Odissea non ci parla di una guerra o di un mito ma di un uomo e della sua complessità, delle sue contraddizioni e delle sue divisioni interne di cui non muore ma vive.
Una divisione dell’animo consapevole, è anche la nostra ricchezza, la nostra umanità. La nostra di-visione (la separazione in due parti) è il terreno necessario per il dis-corso (la parola che scorre tra due parti). Odisseo sa che nell’ascoltare la voce dell’altro – l’altro dentro di te, l’altro che hai davanti- si ricava conoscenza, nuove opportunità.
Anche quando ha il cuore colmo di violenza e vorrebbe vendicarsi subito, sa che quella del suo cuore è solo una delle ragioni. L’impulso decide lo scopo, la prudenza, il tempo. Odisseo sa ascoltare e attendere, il suo pensiero rimbalza continuamente come una palla fra la testa e il cuore.
Dovremmo attingere da Odisseo per poter pensare a proposito di adolescenti, spesso non considerati come persone facenti parte attiva del dis-corso, quello del crescere, dell’educare, della cultura e del dialogo con il resto del mondo.
Dovremmo ascoltare la loro crisi e sentire la nostra e, da adulti che siamo, coglierne le opportunità trasformative. Dovremmo riconoscere il loro disagio e vedere il nostro, dovremmo toccare la loro fragilità, la loro invisibilità e sentirci vulnerabili, fragili, invisibili. Dovremmo così percepire la loro rabbia e coglierne la paura. E di questa prenderci cura.
Galimberti scrive che “gli adolescenti esistono in rapporto agli adulti, e questo rapporto dovrebbe essere un tentativo di capire ciò che nell’adolescente invoca la nostra disponibilità alla trasformazione”. Ma noi adulti sappiamo ancora trasformarci?
Un proverbio dice che per allevare un bambino, ci vuole un intero villaggio. E ci vuole tempo, molto di più rispetto alle altre specie animali verso cui l’uomo è piuttosto carente. Infatti nelle altre specie i piccoli raggiungono presto l’autonomia, crescono in fretta e mettono in atto schemi comportamentali adeguati. Nell’uomo, invece, il piccolo ha bisogno di tempi molto più lunghi in cui è decisivo il processo culturale operato dagli adulti soprattutto per gestire la vita pulsionale. L’animale segue l’istinto naturalmente consentendogli la sopravvivenza, l’uomo invece ha bisogno della guida della cultura. Viviamo in una rete di significati culturali da cui non possiamo prescindere pena l’inesistenza sociale.
Dovremmo quindi occuparci anche di questo: la paura del non esistere in relazione a un tutto che appare minaccioso perché incomprensibile in quanto esclude dal dis-corso del processo trasformativo del crescere, fatto di quel dialogo tra le parti che permette la divisione, la separazione e la nascita di un nuovo terreno fertile per una nuova creativa complessità.
Dovremmo, poi, prenderci cura della nostra incuria collettiva nei processi educativi, che si costruiscono giorno per giorno seguendo i ragazzi in ogni passo dei loro processi evolutivi.
Da questo punto di osservazione, come si fa a incolpare quei ragazzi che, alla ricerca di un senso di apparenza e non trovando luoghi idonei ad accogliere la necessità di essere ascoltati, riconosciuti e aiutati nella costruzione di un’identità, scelgono la strada come quel luogo “aperto”, illusoriamente accogliente e non respingente le divisioni interne vissute come ancora sconosciute; e scelgono la strada come quel luogo dove ritrovarsi in gruppi chiusi, allestendo un “noi” senza però nemmeno qui trovare la possibilità di un confronto trasformativo che li aiuti a contenere la conoscenza, l’esplorazione, l’accettazione e l’ elaborazione delle medesime divisioni interne, facendone risorsa.
Se infatti da una parte troviamo famiglie in difficoltà o comunque lontane dal dialogo e quindi assenti, assorbite dal lavoro o dalla sua assenza e dai mille impegni o dalle mille problematiche, tranne quelle della famiglia stessa, perdendo di vista un esserci, un contenere per sorreggere, un dialogo e quindi la relazione, dall’altra troviamo una scuola piena di competenze, tecnologia, tecnica e depauperata di letteratura e di un modo di educare che insegni a trasformare le pulsioni in emozioni, in modo da poter distinguere il bene dal male, la passione dalla violenza.
Allora, potremmo recuperare il senso dell’essere villaggio, (quel villaggio intero, dove ognuno svolge la propria funzione ma dove ognuno è in relazione perché il tutto è più della somma delle singole parti) che serve per allevare un bambino, affinché diventi adulto.
E così, forse, baby – gang smette di essere una parola chiusa, che classifica, accusa monolateralmente e spinge ad occuparsi solo del “sintomo” identificandolo con il tutto e si riappropria della capacità di aprire lo sguardo sulla complessità, diventando parola che porta con sè il messaggio che a non essere più in un dinamico equilibrio è l’intero sistema.
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