Diversamente in Danza e l’abilità di danzare
Giorgia Panetto, presidente dell'impresa sociale dedicata all'arte della danza, racconta come un approccio inclusivo possa dare vita a nuove forme di movimento.

Giorgia Panetto, presidente dell'impresa sociale dedicata all'arte della danza, racconta come un approccio inclusivo possa dare vita a nuove forme di movimento.
L’associazione sportiva dilettantistica Diversamente in Danza è un’impresa sociale nata a Verona nel 2003. Promuove la danza inclusiva e riunisce persone di tutte le età e con abilità diverse, chiamate a lavorare insieme per dar vita a nuove forme di movimento. L’impresa sociale, partita all’inizio con sole cinque ragazze, comprende oggi ben 120 soci. Ce ne parla l’ideatrice e presidente di Diversamente in Danza Giorgia Panetto, insegnante di danceability, una tecnica di danza contemporanea nata negli Stati Uniti d’America che si rivolge a tutti, con o senza disabilità.
Com’è nata l’impresa sociale di Diversamente in Danza?
«Diversamente in Danza è nata dall’idea di vedere cosa poteva succedere in una sala di danza, se persone con abilità differenti cercavano di lavorare insieme. Abbiamo creato dei gruppi mescolando età diverse, persone con disabilità, chi aveva già fatto danza in passato e chi invece non l’aveva mai praticata.
Abbiamo visto cosa succedeva dal punto di vista artistico e relazionale, mettendo insieme persone tanto diverse tra loro.
Nel 2003 questa idea era innovativa, perché nella danza la concezione era quella di ragionare su abilità omogenee, su un corpo di ballo che avesse le stesse capacità e fosse sullo stesso livello nello studio della danza. In più di 18 anni il nostro progetto è cresciuto e l’assessora alla cultura Francesca Briani, interessata a quello che facciamo, ci ha sostenuto.
La scorsa estate siamo stati inseriti infatti nella programmazione teatrale veronese e poi anche nel cartellone del Teatro Camploy insieme ad altre compagnie di danza. Molto sostegno arriva poi dai soci ma anche dal pubblico che ormai si è affezionato alla nostra realtà, seguendo i nostri spettacoli e le pagine social».
Quali sono le attività che svolge Diversamente in Danza?
«La nostra associazione si dedica a diversi progetti. Innanzitutto offriamo dei laboratori di danza inclusiva. Hanno aderito a questa iniziativa quattro scuole di danza nel veronese, inserendo nella loro offerta formativa, oltre ai corsi di classica, moderna, hip hop e di altri generi, anche i nostri laboratori, dove danzatori diversamente abili e non, con esperienza e non, bambini e adulti, interagiscono insieme.
Grazie a questi laboratori è nato poi dal 2018 un teatro biografico, “Farfalle nello Stomaco“, rivolto alle donne con più di quarant’anni. Abbiamo creato uno spettacolo riunendo alcune donne che hanno esperienza di disabilità fisica o cognitiva in modo diretto o indiretto e anche donne che hanno semplicemente conosciuto la fragilità attraverso altre esperienze di vita. Abbiamo creato quindi uno spettacolo in cui ciascuna partecipante racconta un aspetto della propria vita a quarant’anni, attraverso il linguaggio della danza e anche attraverso la recitazione, dando quindi voce e forma alla propria storia.
Abbiamo inoltre creato una compagnia di danza integrata per coloro che non vedono questa disciplina solo come un passatempo, ma che desiderano dedicarvi qualche ora in più e svolgerla come professione».
Come funziona la vostra compagnia di danza integrata?
«Cinque ragazze, che fanno parte della compagnia, svolgono ore di lezione in più, formazioni con insegnanti esperti esterni di danza inclusiva e lavorano sulla creazione di spettacoli che vengono poi offerti alle scuole e nei teatri. L’ultimo spettacolo che abbiamo realizzato si chiama “Opus Incertum“: tre anni di formazione svolti con la collaborazione di Oriente-Occidente e della Candonco Dance Company, la prima compagnia europea ad aver assunto anche artisti diversamente abili.
I danzatori della Condonco sono venuti a Verona e assieme alle ragazze hanno creato uno spettacolo, coreografato da Susanna Recchi e da me. A causa della pandemia abbiamo dovuto interrompere gli scambi e abbiamo continuato a lavorare a distanza servendoci dei video. Il nostro spettacolo è stato eseguito poi anche al Camploy.
Le ragazze della compagnia sono tutte contrattualizzate e retribuite. Purtroppo in questo momento non riescono a vivere solo danzando, perché il settore del teatro e degli spettacoli è ancora fermo e ci sono poche date disponibili per portare avanti questo spettacolo.
Il nostro progetto permette però anche alle persone con disabilità di avere un contratto regolare da artista e di essere inserite nel mondo del lavoro».
Com’è possibile riuscire a coinvolgere persone tanto diverse in un’attività come la vostra?
«Nel 2003 ero una specie di aliena con il mio progetto. Spesso viene dato per scontato che noi “abili” facciamo delle cose per i disabili e loro devono solo dirci grazie. Io credo invece che una persona con disabilità debba essere artefice e protagonista della propria vita, in grado di compiere le proprie scelte e di essere considerata, laddove è possibile, alla pari degli altri lavoratori che non presentano disabilità fisiche o cognitive.
Oggi per fortuna la concezione di inclusione è diversa, in quanto le cose si possono fare in modo diverso e tutti possono ricevere qualcosa in cambio, non solo la persona disabile.
Nascono ancora però delle realtà improvvisate, non sempre competenti che vogliono occuparsi del tempo libero delle persone disabili, proponendo loro delle attività a cui molte volte non sono interessati. Io credo invece che tutte le persone, per conoscersi e decidere di stare insieme, debbano avere un punto in comune e una passione grande da condividere. Chi viene da noi ha la passione per la danza e la voglia di stare sul palcoscenico e di fare spettacoli. In questo caso il rapporto che si instaura fra un gruppo di persone diventa molto forte».
Quante realtà come la vostra esistono in Italia? Collaborate con quelle che si trovano sul suolo italiano?
«In Italia si stanno muovendo altre realtà sul nostro stesso fronte. Noi siamo in contatto con la rete di Oriente-Occidente e con quella di Unlimited con cui riusciamo ad avere dei momenti di scambio, di confronto e di formazione in un’ottica di ricerca artistica. Esistono tante realtà di danza che usano il termine “compagnia”, ma poi nella realtà dei fatti i ballerini non vengono sempre retribuiti. Non tutti si assumono l’onere contributivo nel settore dello spettacolo.
L’unica realtà che conosco è la compagnia di teatro inclusivo La Ribalta di Bolzano e loro hanno anche nell’organico amministrativo persone disabili che lavorano, non solo gli artisti. Per il resto in Italia ci sono artisti freelance con disabilità fisica che lavorano per compagnie di danza come Juri Rovereto, grazie a cui mi sono formata in danceability.
È più difficile invece l’accessibilità nel mondo del lavoro per le persone con disabilità cognitiva, perché è più complicato cambiare il ritmo frenetico della nostra società. Per fortuna la danza ha i suoi tempi e così anche la realizzazione di uno spettacolo. Stiamo lavorando infatti nella nostra compagnia anche con ragazze con disabilità cognitiva».
Quali sono i vostri progetti futuri e gli obiettivi per il 2022?
«Nel 2022 vorremmo trovare una sede, in quanto non abbiamo ancora uno spazio tutto nostro. In questo momento abbiamo solo un piccolissimo ufficio dove siamo riuscite a inserire tramite il Sil (Servizio di Integrazione Lavorativa) delle ragazze che lavorano con mansioni di segreteria. Stiamo cercando dallo scorso anno una struttura dove poterci stabile con anche un magazzino, in cui poter mettere le sedie a rotelle e gli ausili per le persone disabili.
Vogliamo portare avanti i nostri progetti di teatro biografico, gli spettacoli, oltre a cercare di investire ulteriormente sulla compagnia di danza e sulla formazione. Alcune delle nostre ragazze vorrebbero infatti diventare insegnanti in danceability, ma per fare questo abbiamo bisogno di una struttura tutta nostra».
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