È stata resa pubblica la relazione del Ministro dell’Interno al parlamento che, a cadenza semestrale, illustra e analizza l’attività della Direzione Investigativa Antimafia. Un testo corposo ed esauriente che consente di comprendere come il fenomeno delle organizzazioni criminali si evolva sul territorio nazionale e fuori confine. L’ultima pubblicazione era attesa in modo particolare perché va ad analizzare il secondo semestre 2020, periodo in cui imprese e cittadini hanno vissuto gli effetti e le limitazioni del Covid-19. Uno scenario complesso, critico per l’economia, che sappiamo bene essere il contesto ideale per lo sviluppo delle attività illegali.

La relazione ribadisce con forza ciò che già si evidenzia da tempo: le mafie stanno ampliando le loro reti e le loro capacità relazionali, sostituendo sempre più l’uso della violenza, con linee d’azione di silente infiltrazione, meno appariscenti dunque, ma non per questo meno pericolose e impattanti sulle comunità colpite. Sempre più dall’animo imprenditoriale e meno assassine, si può dire, ognuna con le proprie peculiarità, regole, specializzazioni e aree di influenza. Non solo importazione di cocaina, appalti pubblici, gaming, estorsioni, rifiuti, business dei prodotti petroliferi, criptovalute, ma anche e soprattutto la capacità di infiltrarsi nelle aziende sane da un punto di vista societario, ma in crisi sul fronte della liquidità. Senza preclusione alcuna per i vari settori, ma con una evidente prevalenza verso quelle attività economiche attorno a cui ruota denaro contante e incassi a rimessa diretta. La flessibilità e una disponibilità finanziaria ineguagliabile, sono caratteristiche che rendono le mafie estremamente pericolose proprio in momenti storici come l’attuale, dove nuove opportunità nascono quotidianamente nella filiera dell’emergenza sanitaria e nel business dei fondi comunitari.

I numeri esposti dalla relazione ci confermano quanto detto e quanto temuto, con gli omicidi di tipo mafioso in calo nel 2020 (circa un terzo rispetto al 2019), ma con un aumento evidente di riciclaggio, turbativa d’asta, corruzione e concussione, estorsione. Reati che sono volti ad inquinare il tessuto legale dell’economia di un territorio, per poi assumerne il controllo. Le imprese più piccole sono il target preferito delle mafie, quelle più facilmente mortificabili nel loro agire imprenditoriale, quelle più silenziosamente influenzabili. Non previsto, ma utile a comprendere il potere delle organizzazioni criminali, è il dato che ci conferma in aumento anche i reati connessi alla mobilità, nonostante il lockdown. L’incremento di contrabbando e traffico e spaccio di stupefacenti, da sempre ambito caratteristico delle mafie, è un trend che conferma quanto vi sia un loro controllo pervasivo del territorio che non si è ridotto nemmeno a causa delle restrizioni alla mobilità per pandemia.

In Veneto la situazione appare piuttosto critica. La relazione afferma: Sempre più stabile e radicata appare secondo le attuali risultanze investigative la presenza di strutture mafiose nel Veneto”, con Verona più di interesse di organizzazioni di matrice ‘ndranghetista e Venezia, invece, infiltrata dai clan camorristici. Nella città scaligera il quadro che di giorno in giorno emerge non lascia spazio a dubbi, anche grazie alle operazioni Isola Scaligera e Taurus concluse entrambe con l’esecuzione di alcune ordinanze nei confronti di appartenenti a due sodalizi. Il primo di ‘ndrangheta, riconducibile alla famiglia Giardino, facente capo alla cosca isolitana degli Arena-Nicosia, e l’altro alle famiglie Gerace-Napoli-Albanese-Versace, originari di Gioia Tauro (RC). Queste operazioni hanno portato alla luce il modus operandi tipico della ‘ndrangheta che arriva a influenzare e governare un territorio, prima con la creazione di un reticolo di rapporti con amministratori pubblici e imprenditori, i cosiddetti colletti bianchi, per poi passare all’intimidazione e all’assoggettamento, ove necessario. Un fenomeno che ci aveva già illustrato Pierpaolo Romani, coordinatore di Avviso Pubblico, in occasione del Festival del Giornalismo di Verona 2021.

A Verona, che rappresenta un centro logistico e imprenditoriale sempre più importante nella geografia economica del nostro paese, non mancano però altre organizzazioni criminali. È stata riscontrata, infatti, nel settore del traffico di marijuana e cocaina, l’attività di una cellula del clan della famiglia Di Cosola, baresi, così come è emersa la presenza di pregiudicati foggiani, impegnati in reati predatori.

Da non trascurare è poi quanto afferma la relazione descrivendo il contesto riscontrato: “Nella Regione Veneto si può motivatamente affermare che da tempo vi è un rilevante radicamento soprattutto di locali ‘ndranghetiste, ma anche di gruppi camorristici e di mafie straniere, in particolari albanesi e nigeriane con differenti vocazioni delinquenziali e diverse modalità organizzative. E più avanti prosegue: “È quindi importante lo sviluppo di un’attenta attività di prevenzione mirata anche ad evitare “stabili saldature” tra le diverse componenti criminali e tra queste e la società civile. È dunque necessario sollecitare soprattutto nella classe imprenditoriale la consapevolezza dell’estrema pericolosità del “fare affari” con le consorterie. Il più piccolo supporto economico fornito dalle stesse, anche a tassi non usurari, innescherebbe un’inevitabile spirale perversa e la sottrazione dell’attività. Un’allerta estremamente rilevante in tempi in cui molte società e imprese possono trovarsi nella difficoltà di reperire risorse finanziarie.

Sarebbe però fuori luogo ed estremamente superficiale ritenere che la presenza di affiliati a cosche e clan di stampo mafioso sul territorio possa essere un pericolo per i soli imprenditori e per l’economia locale. È una presenza che si insinua nei rapporti tra istituzioni e cittadini, che cambia le regole del gioco, che culturalmente modifica gli orientamenti. Le organizzazioni criminali, infatti, operano al di fuori della legge e ogni esponente delle stesse si ritiene al di sopra di essa. La conseguenza è che questi soggetti si sentano liberi di delinquere e si sentano protetti nel farlo. Se molti aderenti ad organizzazioni criminali hanno imparato a non macchiarsi di crimini non funzionali al pieno perseguimento degli interessi economici propri e del clan che rappresentano, molti altri, più inesperti, più lontani dai vertici decisionali, aggressivi per natura e offuscati da droga e denaro facile, possono viceversa diventare elementi molto pericolosi all’interno della comunità. A Verona, in tal senso, qualche avvisaglia c’è già stata e non sarebbe affatto sorprendente se alcuni reati o delitti di diversa natura e gravità commessi sul territorio, ad una revisione più attenta, venissero in un certo qual modo ricondotti alla presenza delle organizzazioni criminali nella nostra provincia.

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