Successo di pubblico in presenza, ma soprattutto nelle sale virtuali per il Festival dell’Economia di Trento. Sono state circa 30.000 le persone collegate ogni giorno per seguire il ricco programma di incontri, aventi a tema principale il ritorno dello Stato durante la pandemia, con ospiti di prestigio anche internazionali.

«Il festival di Trento è una manifestazione unica», come ha dichiarato l’editore Giuseppe Laterza, per il suo carattere internazionale e per i temi trattati, così importanti in questo periodo in cui a livello planetario si sta cercando in ogni modo una ripartenza quanto mai difficile. La manifestazione si è proposta, infatti, di avviare un confronto sulla riscoperta dello Stato e sul suo ruolo nello smussare e limitare gli effetti negativi del Coronavirus. Ci si è resi conto proprio in questi mesi sofferti, infatti, che uno Stato funzionante garantisce a tutti più libertà e più uguaglianza.

Innocenzo Cipolletta, coordinatore del comitato editoriale del festival, precisa con estrema lucidità questo concetto, dichiarando: «Il ritorno dello Stato non deve essere visto come un film d’avventura, come una “vendetta”, ma come il ritorno dello Stato nella sua funzione essenziale, di erogatore di servizi».


Il festival non ha offerto risposte univoche per una positiva uscita dallo sfascio provocato da mesi di lockdown e restrizioni. La complessità delle tematiche non permette sintesi e soluzioni uguali per tutti. Compito del festival è stato viceversa quello di proporre molti punti di vista diversi, in una sorta di grande tavolo di confronto tra esperti di settori e mondi diversi tra loro. Spunti utili agli addetti ai lavori, ma soprattutto al normale cittadino, in un percorso di presa di coscienza del mutato contesto socioeconomico.

Crisi ed equità fiscale


Tra i vari temi trattati, di particolare interesse l’appuntamento “l’Equità fiscale dopo il Covid-19: è il caso di tassare i ricchi?”. Un argomento di grande attualità politica, visti i recenti dibattiti causati dalle dichiarazioni del segretario PD Enrico Letta sull’ipotesi di introduzione di un’imposta patrimoniale di scopo.
L’ospite, David Stasavage, docente alla New York University, ha tenuto una lectio magistralis nella quale ha proposto i risultati di uno studio sui comportamenti di 20 Stati occidentali negli ultimi 150 anni. I dati della ricerca mettono in evidenza come la tassazione in capo alla popolazione ricca ante prima guerra mondiale fosse irrilevante, tra il 3% e il 5%. Un primo balzo in avanti della stessa si ebbe tra il 1913 e il 1919 fino ad aliquote superiori al 30%. Questo aumento si ebbe principalmente negli Stati partecipanti al conflitto mondiale e con particolare evidenza tra quelli democratici, a conferma che la guerra consentì di sdoganare la necessità di una tassazione sui ceti ricchi che mai nella storia era stata contemplata. Le alte aliquote sui patrimoni dei ceti più abbienti hanno caratterizzato le nazioni oggetto della ricerca fino al termine della seconda guerra mondiale, momento dal quale hanno subito una decrescita.

Stasavage ha attribuito le cause di queste azioni di politica fiscale a due principali ragioni. In primis, le necessità finanziarie della guerra imponevano di prelevare dalle fonti affidabili, che a quel tempo erano in quasi totalità i patrimoni dei ricchi. Fu quindi una necessità senza altre alternative percorribili. In seconda battuta subentrarono anche altre valutazioni. Tassare i ricchi fu visto come un indispensabile meccanismo compensativo. I ricchi, infatti, erano per lo più persone non coinvolte in prima linea (data l’età media) o persone che attraverso le forniture belliche delle proprie aziende avevano lucrato sul conflitto, guadagno non ritenuto giusto dagli stessi governanti e dall’opinione pubblica. In Inghilterra, per esempio, si assistette ad una vera e propria “chiamata alle armi” da parte del partito laburista nel chiedere un sacrificio ai ceti più abbienti.  

Anche le pandemie alla base della tassazione dei patrimoni

Questa ricostruzione storica ci permette di comprendere come i singoli governi possano dunque tassare con più facilità i grandi patrimoni quando ci siano valide argomentazioni di carattere compensativo. Situazioni straordinarie come un conflitto mondiale, ma tutto sommato anche pandemie come quella che stiamo vivendo.
Che la tassazione debba intervenire a riequilibrare le distorsioni provocate dal Covid-19 è opinione fuori discussione. Che ciò debba avvenire con un prelievo sui patrimoni, specie dei più ricchi e non attraverso una più organica riforma del sistema fiscale è un ulteriore elemento di dibattito a cui non è semplice fornire risposta.

David Stasavage, docente al dipartimento di Scienze politiche della New York University


Stasavage precisa, infatti, che tassare i ricchi possa essere un obiettivo ottenibile principalmente in due modi, il primo attraverso l’introduzione di una nuova tassa sulla ricchezza pro tempore, sostanzialmente di scopo, il secondo attraverso l’aumento di impatto di misure già presenti nell’ordinamento fiscale. Se la prima azione può essere ostacolata dalle difficoltà politiche e da eventuali rigidità dell’amministrazione finanziaria nell’implementazione della novità, sulla seconda le valutazioni dipendono dal contesto vigente.

Se guardiamo all’imposta di successione, esempio caratteristico della tassazione patrimoniale e, per così dire, molto chiacchierato, molti sono gli Stati che l’hanno abolita (Austria, Svizzera, i principali paesi scandinavi), altri viceversa hanno aliquote anche superiori al 40% (Giappone, Germania, Francia).

L’Italia ha optato per una terza strada con una tassazione molto bassa (4%) e pertanto si trova in una posizione ibrida che lascia spazio per dare seguito a strade del tutto contrapposte.
Va detto però che l’eventuale revisione al rialzo dell’imposta di successione da sola non potrebbe essere una misura tale da ristabilire equità tra i contribuenti, impattando per un importo non superiore all’1% del Pil anche negli Stati con le maggiori aliquote.

Le ultime riflessioni di Stasavage hanno messo al centro la relazione tra equità e democrazia. Il docente americano, infatti, ha smentito il cliché secondo cui la mancanza di equità debba portare per forza alla cessazione della democrazia. È il caso dei giorni nostri in cui i capitali si stanno concentrando via via di più. Tale fenomeno non sta in effetti portando ad una riduzione degli stati democratici, ma semmai ad una evoluzione del modello di democrazia, forse di minor gradimento per il cittadino medio. L’equità è quindi una scelta etica verso la quale l’opinione pubblica spinge con forza variabile a seconda del contesto.

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