Purtroppo i finali di campionato, da qualche anno a questa parte, sono per Verona il capitolo più noioso e avvilente dell’anno, con l’unica e scintillante eccezione della cavalcata di Aglietti culminata con l’esaltante trionfo contro il Cittadella. Le altre annate, a partire dalla retrocessione da horror del 2016, sono realmente finite, in un modo o nell’altro, ben prima della 38esima giornata, facendo precipitare l’entusiasmo dell’ambiente in un’apatia primaverile in cui non c’è proprio nulla da festeggiare. 

Tra i tifosi (ridotti a scambiarsi commenti sui social, invece cha al Nilla) infuria il solito dibattito tra i “sempre malcontenti” e i “se ti lamenti vai a vedere le strisciate”, discussione che può sembrare sterile, ma che mette in mostra la vera natura del calcio “provinciale” .

Ci si può forse lamentare di una salvezza mai realmente in discussione? Abbiamo forse la memoria corta rispetto ai disastri che le gestioni Pecchia e Grosso hanno causato a livello sportivo e anche sull’entusiasmo della piazza? Ovviamente no. È ovvio che ad agosto scorso avremmo messo la firma su una stagione come questa, soprattutto contando le condizioni incredibili in cui è partita: senza preparazione, con una rosa piena di scommesse e con il bollo di papabile retrocessa affibbiatoci da moltissimi osservatori. 

Ovviamente siamo tutti contenti, ecco, contenti. Ma felici?

Passione o management?

È un problema d’approccio: dal punto di vista delle fredde analisi tecniche il Verona è una realtà provinciale, e salvo stravolgimenti che tutti ci auguriamo, la sua dimensione è lottare per la salvezza, il suo obiettivo è migliorare il piazzamento dell’anno precedente, magari valorizzare qualche giovane, soprattutto tenere i bilanci a posto. 

Ma è questo che spinge la passione? È questo che fa piangere, urlare, e abbracciare i tifosi? Forse i butei della Sud si sgolano e fanno trasferte per scandire a squarciagola e battendo le mani «Cooonti a posto!»? «Buon piazzamento»? «Pluuusvalenza»? È questo che dà senso a un circo di emozioni che gira intorno a una palla sintetica che supera una linea di gesso sull’erba?

Il calcio di chi non può vincere i campionati e i trofei vive di attimi, di gol, di vittorie e di sconfitte orgogliose. Il tifoso guarda la classifica solo quando rischia i bassifondi, e in ogni caso se la dimentica appena l’arbitro dà il fischio d’inizio. Il tifoso vive nel presente, e così ha fatto per due anni la squadra di Ivan Juric

Intensità al massimo: il segreto dei Gialloblù

Non sono state le soluzioni tattiche o il colpo di genio del singolo a permettere all’Hellas di prosperare in questi due anni di Serie A, non è stata la “punta che fraca” e nemmeno il triangolo offensivo alla Chicago Bulls che Zaccagni, Lazovic e Di Marco imbastiscono così bene sulla sinistra. Non sono state le chiusure di Faraoni e nemmeno le sportellate di Magnani. 

Se la banda del croato ha sorpreso tutti per due anni di seguito, l’ha fatto con giocatori senza blasone, giovani scommesse e una vecchia volpe portoghese con ancora voglia di stupire. L’ha fatto soprattutto con la voglia di combattere, lo spirito degli Warriors de “I guerrieri della notte“, il film di culto del 1979: dispersi e lontani da casa in una Serie A minacciosa e deserta come le vie di New York nel mezzo della notte, apparentemente senza speranza di successo, attaccati con le unghie e con i denti ad ogni treno per salvarsi la vita. 

Come gli Warriors il Verona ha dato tutto ed è arrivato ad esaltare i suoi tifosi sebbene lontani dagli spalti del Bentegodi, fino alla salvezza.

Una volta raggiunta la tranquillità, però, il Verona sembra essersi domato, forse per un rilassamento fisiologico o forse perché il sacro fuoco non brucia più così forte, e quando mancano la tensione e l’intensità la squadra si perde. Così è arrivato il filotto di risultati negativi e così, soprattutto, si perde l’occasione di concludere una stagione che poteva essere epica, e che invece sarà “solo” positiva.

Chiudere “col botto” 

Nelle ultime partite, contro Torino e Bologna, ci sono stati molti segnali incoraggianti: il giovane portiere Pandur ha dimostrato di potersi ritagliare uno spazio in serie A, il gioco è tornato ad essere incalzante, dominante a tratti. Persino Kalinic, a lungo dato per disperso, sembra aver trovato la sua dimensione nella squadra, mostrando buoni movimenti, cercando di saper addomesticare le palle lunghe e smistarle sugli esterni e riuscendo finalmente a sognare un gol da attaccante vero, attaccando il primo palo.

Queste sfide, però, hanno anche confermato chiaramente i limiti ormai cronici di questo Hellas: una squadra che non può permettersi di perdere intensità neanche per un momento, una squadra che ha bisogno del suo spirito guerriero più di qualsiasi altra soluzione tattica. Non è un caso se in questo girone di ritorno il Verona ha perso ben 11 punti negli ultimi dieci minuti di gara, e non è casuale neppure la lunga lista di 21 pali e traverse: nel momento in cui la tensione cala, la squadra paga dazio. E lo paga salato. 

Domenica arriva l’ultima chiamata. L’ultima possibilità per chiudere col botto una stagione atipica, a due facce, in cui la passione è stata sul campo ma non sugli spalti e in cui i risultati del ritorno sono stati solo l’ombra di quelli dell’andata. L’Hellas ha la possibilità di fare nuovamente l’impresa, di tornare l’ammazzagrandi che era stata nella prima parte di campionato, di rovinare la festa a un Napoli sulla carta imbattibile e di regalare un’ ultima esaltante domenica al popolo gialloblù.

A ben guardare, questo è il compito delle squadre di provincia: fare una stagione esaltante, con tante emozioni, con le imprese impossibili. Questo è ciò che resta quando finisce il campionato. Ottavo, nono o decimo posto resteranno solo per gli almanacchi.

L’Hellas si è, forse, “goduto” la tranquillità, e i risultati, inaspettati, si sono visti. Ora è tempo di salvare questo finale di stagione e, per farlo, il Verona deve riscoprirsi warrior.  Altrimenti sarà stato “solamente” un buon campionato. 

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