Le mafie a Verona sono presenti e forti. Parlarne chiaramente significa prendersi cura del territorio e creare, attraverso la conoscenza, una rete di legalità diffusa: arma principale per la lotta contro la criminalità organizzata. 

“Heraldo” festeggia un anno di vita. E non è stato un anno qualsiasi. 

Un anno di incertezza e di chiusure, di distanza e di nuove relazioni; un anno, come ha scritto il nostro Ernesto Kieffer, vissuto pericolosamente. “Heraldo” l’ha celebrato con la testa al futuro, facendo quello che sa fare meglio, informando e prendendosi cura del territorio con quasi tre ore di approfondimenti che partono da Verona e guardano all’Italia e al mondo, per poi tornare a guardare la nostra città con maggiore consapevolezza.

È proprio questa la prospettiva che ha guidato l’incontro dedicato alla presenza delle mafie al nord, con la partecipazione di Pierpaolo Romani, coordinatore nazionale dell’associazione Avviso Pubblico, e Stefania Pellegrini, docente di sociologia del diritto dell’Università di Bologna e direttrice del Master in Gestione e riutilizzo dei beni sequestrati e confiscati alle mafie. 

La diretta andata in onda ieri, sui canali Facebook e YouTube di “Heraldo”, con l’intervento di Pellegrini e Romani

I due esperti di criminalità organizzata hanno delineato una situazione che toglie tutti gli alibi alla società civile, al tessuto economico, alla politica locale, mostrando che la mafia al nord non è una novità, che il nord non è vittima della criminalità organizzata ma complice, e soprattutto che la forza delle mafie sta fuori dalle mafie.

«La mafia – dice Romani – è fatta di relazioni. Relazioni costruite con la corruzione, con l’intimidazione e all’occorrenza con la violenza, al fine di ottenere ricchezza e il potere che ne deriva.»

Romani ci racconta di una Verona “grigia”, come l’impresa del libro della professoressa Pellegrini, una Verona che più di ogni altra città del Veneto è presente nelle carte dei processi. La prima città per numero di operazioni finanziarie sospette, la città considerata più a rischio per l’infiltrazione mafiosa dell’economia, la città in cui la ‘ndrangheta è già presente da anni, pompando capitali nel territorio e operando in moltissimi settori produttivi, dall’edilizia alla logistica, passando per trasporti e settore alberghiero.

Eppure esiste nei nostri territori una sorta di meccanismo psicologico di rimozione per cui la mafia non sarebbe – scusate il gioco di parole – cosa nostra. Addirittura il solo riferimento alla connessione tra Verona e ‘ndrangheta suona all’orecchio cittadino come un’offesa. Verona insozzata dalla mafia? Non scherziamo, quella è roba da calabresi, qua c’è gente che lavora onestamente, che si fa il mazzo! Uno stato di negazione che, seppur animato dall’amore e l’orgoglio per la città, rappresenta un vero e proprio favore alle mafie, libere di operare in un tessuto sociale che tiene la testa sotto la sabbia. 

E allora è necessario parlarne apertamente. Con i numeri e le inchieste. 

Verona può “vantare” oltre 1.700 operazioni finanziarie sospette, 5 aziende confiscate, 100 particelle catastali confiscate in provincia. Segni di investimenti importanti fatti in territori della provincia che, secondo Romani, sono “meno attrezzati di altri” nell’analizzare gli investimenti e riconoscere la provenienza sospetta. 

Nelle inchieste più recenti come Taurus e Isola Scaligera, ricorda Romani, non si parla più di “penetrazione mafiosa” ma di “radicamento”, mostrando come ormai la mafia sia un attore politico, economico e criminale che condiziona ormai da anni la vita della nostra città. 

Se da una parte è vero, come ricorda Pellegrini, che la ‘ndrangheta ha un carattere unitario, sempre legato alla Calabria e in particolare al crimine di Polsi, dall’altra è importante capire come la relazione tra mafie e tessuto produttivo non sia una relazione vittima-carnefice, ma una vera e propria simbiosi. Sono spesso gli imprenditori locali a cercare e richiedere i servizi delle mafie, ad esempio per recuperare crediti o, addirittura, per tenere a distanza i possibili concorrenti commerciali. Come menzionato durante il seminario tenuto il 30 marzo presso la Camera di Commercio, negli ultimi dieci anni in tutte le inchieste di mafia nel centro nord compaiono, oltre ai mafiosi propriamente detti, commercialisti, notai, liberi professionisti e addirittura amministratori locali. 

Stefania Pellegrini e Pierpaolo Romani, in basso, con la direttrice di “Heraldo” Elena Guerra e Agostino Mondin

In alcuni casi, come è riportato dalle inchieste giudiziarie, sono stati i commercialisti e i consulenti delle aziende a portare l’imprenditore di turno, magari alla ricerca di un accesso al credito negato in sede bancaria, nelle mani delle mafie. È necessario tenere a mente, dice Pellegrini, che le mafie non fanno mai il bene delle aziende con le quali collaborano o in cui si infiltrano, ma cercano esclusivamente il vantaggio della consorteria criminale. 

La chiave per contrastare efficacemente le mafie, dunque, passa sì dagli arresti e ancora maggiormente dalla confisca dei beni, ma il vero scacco alla criminalità organizzata deve venire dalla creazione di una “legalità organizzata”. Una rete di relazioni interna alla società civile che contrasti l’accesso delle mafie nel tessuto sociale attraverso la conoscenza. 

Il passo fondamentale è, dunque, raggiungere la consapevolezza: la mafia è a Verona ed è forte. Dirlo a voce alta vuol dire amare la città e prendersene cura. E questo è un ottimo proposito per entrare nel secondo anno di vita del nostro progetto. Buon compleanno Heraldo!

© RIPRODUZIONE RISERVATA