Il Tour 2020 non è una edizione come le altre. È, infatti, il primo grande evento ciclistico a tappe in calendario dopo gli sconvolgimenti del Covid, ma anche la prima Grand Boucle che non potrà essere raccontata da Gianni Mura. Nessuno saprà raccoglierne l’eredità, così dissimile dal modo di fare giornalismo sportivo oggi. Mettiamocela via: per chi segue il ciclismo con la lettura, tappa dopo tappa, non sarà più come prima.

Il giornalista sportivo Gianni Mura, recentemente scomparso


Che qualcosa stesse accadendo all’insegna della discontinuità, lo si era capito anche durante la vigilia della partenza. In primis per il tracciato, così inusuale rispetto alla tradizione, con una sola prova a cronometro di 36 km, prevista alla ventesima tappa, e una prima settimana con solo un paio di occasioni per i velocisti di mettersi in mostra. In seconda battuta lo si intuiva nello scorrere la starting list, con Chris Froome nella veste di illustre assente. L’anglo-kenyota è stato, infatti, lasciato a casa come un banale gregario fuori forma, in barba ai 4 Tour vinti, ma in piena aderenza alle logiche sportive e aziendali proposte dal team Ineos. Stessa sorte è, poi, toccata anche al britannico Geraint Thomas, vittorioso in terra francese nel 2018. Il ciclismo è sport dove non si può bluffare sperando di raggiungere gli Champs-Elysées parigini, tradizionale passerella finale del Tour, solo con il palmares ed il mestiere. Serve avere gamba ed entrambi gli atleti Ineos apparivano fuori forma anche solo per svolgere un lavoro di gregariato. La scelta, per quanto spietata, in fondo è sportivamente corretta.
Anche senza Froome, il Tour ha preso il via e, dopo nove tappe, i ciclisti stanno ora affrontando il primo giorno di riposo. Da sempre, la pausa è momento agognato dai corridori, ma in medesima misura anche temuto perché rischia di rompere il ritmo a chi meglio ha corso nei giorni precedenti. Quest’anno, però, il giorno di riposo coincide con il momento in cui tutta la carovana si sottoporrà ai test per il Covid. I timori sportivi si sommano dunque a quelli sanitari e qualcuno sussurra che il Tour potrebbe essere già finito per alcune squadre o addirittura per tutti, qualora i positivi fossero molti.


Meglio non pensarci e andare a raccontare quanto accaduto fin qui. Partiamo dalla maglia gialla indossata da Primoz Roglic. L’atleta sloveno sembra essere al top della forma, ha corso da leader senza spendere troppe energie. Ha denotato acume tattico in ogni momento, specie nell’issarsi al vertice della classifica solo nell’ultima tappa, in modo da garantirsi il successo con il minimo sforzo, qualora il Tour venisse sospeso. Roglic ha di gran lunga la squadra migliore rispetto ai suoi rivali, ma sulla strada ha dimostrato di saperci mettere del suo, aggiudicandosi il primo arrivo in salita a Orcieres-Merlette e entrando in azione in prima battuta, sempre con lucidità quando la situazione lo richiedeva. A suo favore ha la cronometro finale, dove può guadagnare su molti rivali, se non tutti, aspetto questo che gli consentirebbe ora di lasciare la responsabilità di fare la corsa agli altri.
L’avversario più credibile di Roglic è il colombiano Egan Bernal, vincitore nel 2019, partito non al meglio della forma, ma di sicuro uno dei migliori in salita e nell’affidabilità sulle tre settimane di corsa. È sembrato più volte in difficoltà, ma non ha mai perso terreno e i 21 secondi che lo separano dalla vetta sono lì a dimostrarlo. Bisognerebbe considerarlo ancora il favorito numero uno, se non fosse per una squadra che si è sempre sfaldata sulle salite e che difficilmente potrà assisterlo nelle fasi più convulse di corsa. Dovrà trovare alleanze lungo la strada – non la specialità della casa – come mai era successo ad atleti del team Ineos, squadrone dallo smisurato budget e dominatore da un decennio con il marchio Sky, con la sola eccezione della vittoria di Vincenzo Nibali nel 2014.


Tra gli altri pretendenti al successo che si sono messi in mostra nelle prime tappe, il primo da citare è Tadej Pogacar. Già a podio nella Vuelta 2019, il giovanissimo atleta rappresenta presente e futuro delle corse a tappe, a riprova di come la scuola slovena si stia ergendo come riferimento mondiale nel ciclismo o, per dirla alla Pantani con un pizzico di malizia, che ha trovato “la sciolina giusta”. Arrembante in salita con scatti e contro scatti che al Tour si erano visti ben poco negli ultimi anni, forte a cronometro e in discesa, Pogacar potrebbe essere la vera sorpresa della corsa. Il suo più grande vantaggio è che non ha l’obbligo di vincere e, pertanto, si potrà prendere anche dei rischi. Se non fosse per un ventaglio malandrino, sarebbe già meritato leader della classifica. Stiamone certi: nelle tappe più dure metterà a ferro e fuoco il gruppo dei migliori e testerà la reale forza del team Jumbo-Visma di Roglic.


Ad analizzare quanto visto nelle prime tappe, il podio dovrebbe essere affare di questi tre. Potrebbe semmai inserirsi qualcuno tra i tanti colombiani. Nairo Quintana forse, rinfrancato dall’aver salutato quella Movistar dalle gerarchie e tattiche ogni volta discutibili, o magari Miguel Angel Lopez e Rigoberto Uran. Meno probabile che al podio arrivi qualcuno tra i francesi. Guillerme Martin, per esempio, attualmente terzo, non viene accreditato dei favori del pronostico, ma fin qui ha corso alla grande, mentre Romain Bardet, potrebbe farcela solo se saprà evitare le cadute più di quanto non abbia fatto nella sua carriera da eterno incompiuto. A proposito di atleti sfortunati e mai vincenti, fa una certa tenerezza sportiva la storia di Thibaut Pinot. La Francia intera attende che un suo virgulto sappia ripercorre le tracce di un Bernard Hinault, di un Jaques Anquetil o di un Louison Bobet. Forse si accontenterebbe anche di molto meno, se pensiamo all’idolatria con cui il popolo transalpino ha seguito le gesta di Richard Virenque o di Laurent Jalabert negli anni Novanta. Certo ottimi atleti, ma mai vicini in concreto a vincere un Tour. Ebbene, Pinot ancora oggi rappresenta la carta migliore in mano ai francesi per aggiudicarsi la Grand Boucle dopo 35 anni di privazioni. Purtroppo, la storia dello stesso Pinot è costellata di crisi, di infortuni nel momento di forma migliore, e anche questa volta si è dovuto arrendere ai postumi di una caduta. Sarà per l’anno prossimo, forse. I francesi quantomeno si sono consolati con il solito Julien Alaphilippe che, pur non essendo il cannibale del 2019, ha saputo vestirsi di giallo ad inizio Tour grazie alla solita classe, corredata dalla fantasia e dalla voglia di offrire spettacolo, tutte caratteristiche tanto care ai suoi tifosi.


Degli italiani, invece, non rimane che qualche traccia non memorabile. Damiano Caruso è il migliore al sedicesimo posto in classifica. Da regolarista e uomo di fondo qual è, saprà aiutare nei tapponi alpini il suo capitano Michael Landa, altro possibile pretendente al podio, ma il Tour del siciliano è già più che positivo. Per il resto occorre annotare le abituali delusioni per gli atleti tricolori, quando si tratta di Gran Boucle. Davide Formolo è bene che scelga la strada delle grandi classiche per le quali ha mostrato maggiore attitudine, ma intanto, da fuori classifica, sarà al completo servizio di Pogacar. Domenico Pozzovivo con grande generosità ci ha provato, ma è già stato un miracolo rivederlo in gruppo dopo lo spaventoso incidente dello scorso anno e la non più giovane età. Un discorso a parte lo merita, invece, Fabio Aru, ritiratosi nel corso della 9° tappa e per questo duramente attaccato da “Beppe” Saronni. Da troppi anni ormai il ragazzo non è più da considerarsi tra i favoriti di una corsa, vuoi perché non si è forse ripreso dai guai fisici avuti, vuoi perché non ha resistito alla pressione del dover vincere. Difficile in ogni caso capire i motivi di una tale repentina parabola discendente. Va rilevato, però, che assai di rado un atleta è stato rimproverato in questi termini e in pubblico nel mondo ciclistico, sempre attento a tutelare l’immagine della carovana e dei suoi attori più conosciuti. Viene da chiedersi quale sia il problema di Aru e cosa nel profondo gli venga addebitato ma, soprattutto, è rilevante domandarsi se qualcuno che ne ha deciso il percorso sportivo e che lo ha consigliato in questi anni, non abbia affrettato troppo i tempi, bruciandolo quando ancora non era maturo. Si pensi, a tal proposito, alla cronometro del Monte Grappa del Giro d’Italia 2014. Vinse Quintana, ma il nostro Fabio fu splendido secondo. A prescindere da quel risultato, è rimasto indelebile il suo volto sfigurato dalla fatica, quasi un ciclistico “Urlo” di Munch, riproposto poi l’anno successivo con inverso epilogo sul Mortirolo. Nessuno può avere la certezza se quelle fatiche e quelle responsabilità non fossero troppo per il fisico e la mente di un ragazzo allora 24enne. Non tutti sono geneticamente programmati per vincere come appaiono oggi i giovani in rampa di lancio. Si pensi a Wout Van Aert, Remco Evenepoel o lo stesso Pogacar. In apparenza senza subire il peso delle responsabilità, vanno forte su ogni terreno e in ogni periodo dell’anno, in controtendenza con la generazione degli Armstrong, a tavolino – e in laboratorio – programmati per un unico grande evento annuo. Oggi, trentenne, Aru non appartiene nè all’una e nè all’altra generazione di ciclisti e rimane alla ricerca di una nuova dimensione di atleta, forse prima ancora di uomo. C’è da augurargli che sappia ricercarla con serenità, svincolandosi dal peso di essere considerato l’erede di Nibali.

Il corridore italiano Fabio Aru , secondo all’arrivo sul Monte Grappa nel 2014 (foto sardiniapost)


In attesa delle decisive tappe alpine, al Tour de France ci sarà spazio per i velocisti e per qualche fuga. E chissà mai che la differenza alla fine non dipenda ancora dai ventagli più che dalla salita. In un ciclismo moderno in cui la sfida tra i migliori viene architettata in ammiraglia leggendo numeri e parametri cardiaci o di potenza, un po’ di vento laterale non guasterebbe, per rendere avvincente e imprevedibile ogni metro percorso tra quei panorami, odori e sapori che Mura amava raccontare nei dettagli più nascosti.