Ognuno di noi ha dentro di sé solchi dolorosi in cui l’acqua fatica a scorrere, e l’opera di Banksy è una diga che, una volta aperta, rischia di inondare lo spettatore di un’inattesa e intima commozione.

“Un artista chiamato Banksy” è il titolo dell’esposizione in corso al Palazzo dei Diamanti di Ferrara fino al 27 settembre e nella quale sono raccolte oltre 100 opere e soggetti originali del misterioso artista di Bristol, poetico e sovversivo Robin Hood della street art considerato da molti critici come il più grande artista globale del nuovo millennio. Dipinti, serigrafie e stencil, oggetti e memorabilia si mescolano in un percorso espositivo che dà conto della sua intera produzione dal 2000 in poi.

Napalm (can’t beat that feeling) – 2004

«Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo finché il capitalismo non si sgretola. Nel frattempo, dovremmo andare tutti a fare acquisti per consolarci.» Nessuna delle frasi attribuite a Banksy rispecchia meglio la sensazione che si prova davanti alle opere esposte nella retrospettiva di Ferrara: spaesamento, senso di colpa, disagio, dissonanza cognitiva. E una voglia incontrollabile di guardarle, di possederle, per continuare a provare quel caos che rimette al mondo. Il mondo interiore.

La mostra non risulta autorizzata dall’artista, come d’altronde nessuna esposizione strutturata delle sue opere (pare si limiti semplicemente a prendere atto delle iniziative pubbliche che lo riguardano). La prima e ultima mostra ufficiale di Banksy in un museo risale, infatti, al 2009: la ospitò la sua città natale e la direttrice del Bristol Museum dovette chiudere e mandare il personale in vacanza per un mese senza rivelare il progetto. “Banksy Vs. Bristol Museum” fu visitata da oltre 300.000 spettatori. 

Keep it spotless – 2007

L’anno prima, la sua opera “Keep it spotless”, dipinto dell’artista Damien Hirst che Banksy “sfregia” con l’immagine di una donna delle pulizie, stimata intorno alle 200.000 sterline viene battuta ad un’asta di Sotheby’s a New York e aggiudicata per 1.870.000 dollari.

Il graffito rappresenta una cameriera che nasconde la polvere sotto il tappeto e pare alludere alla riluttanza del governo inglese ad occuparsi di questioni controverse come quella dell’Aids in Africa. «Nei brutti giorni antichi, solo papi e principi potevano pagare per essere ritratti. Questo è il ritratto di una domestica di nome Leanne, che puliva la mia stanza in un motel di Los Angeles. Era una donna piuttosto esuberante», commentò all’epoca Banksy sul suo sito.

Di lì in poi, chiunque imparerà a riconoscere le sue opere e il cupo sarcasmo che le anima, tanto che il mistero intorno alla vera identità dell’artista sembra appassionare più i giornalisti in cerca di scoop che il grande pubblico. L’anonimato è infatti determinante per consentire allo street artist di sfruttare i mass media, senza esserne manipolato a sua volta. Per Banksy non è importante chi sia l’autore di un’opera, l’unica cosa che conta è il messaggio cui allude e che, inesorabilmente, deve essere sbattuto in faccia al mondo intero.

Toxic Mary – 2003

Di più, Banksy sembra divertirsi come un bambino nell’esercizio sacrilego di ridurre il business dell’arte ad un gioco meschino e ridicolo, se messo a confronto con il suo valore politico. Pensate ora per un momento ad una bancarella di Central Park a New York, gestita da un anziano signore che mette in vendita per 60 dollari l’una delle tele decorate con i motivi dell’arte di strada: le comprereste?

Nel 2013, nell’ambito del suo progetto “Better out than in” Banksy ricrea questa situazione in una sorta di esperimento sociale, mettendo in vendita in totale anonimato alcune sue opere originali e facendo filmare la bancarella durante la giornata per valutare l’andamento delle vendite. Quasi nessuno si ferma a comprare quelle che i distratti passanti pensano essere delle tele senza valore, molti contrattano sul prezzo, e la giornata si conclude con meno di 10 pezzi venduti. Il giorno dopo Banksy rende pubblico il filmato e, di conseguenza, anche il fatto che coloro che avevano comprato quelle opere possedevano un originale del valore minimo di 200.000 dollari. Ovvero: che cosa stabilisce il valore di un’opera, l’opera in sé o quanto è valutata sul mercato?

In un immaginario semplice ma non elementare, i temi del capitalismo, della guerra, del controllo sociale, della libertà e dei paradossi del nostro tempo sembrano ossessionare l’artista al di là della sua stessa volontà. Riesce ad essere incisivo e strabiliante, Banksy. E’ come se nelle sue opere ci fosse qualcosa di urgente e umanamente necessario, e forse è proprio questo che te lo fa sentire talmente vicino da commuoverti.

Bomblove (Bombhugger) – 2003

Banksy utilizza codici iconografici di rara banalità estetica, ma il modo in cui riesce ad elaborarli per ottenere il messaggio che devono veicolare è impressionante e unico. Non c’è modo di evitarlo, il pugno allo stomaco. Non si può far finta di non capire, come quando strumentalizza con inaudito e soave cinismo icone pop onnipresenti, come Mickey Mouse o la Regina Madre, per investigare la relazione tra percezione e realtà, facendo leva sul paradosso e la contraddizione per spingere lo spettatore a porsi delle domande. E il risultato è un’involontaria quanto inevitabile presa di coscienza di quanto profondamente volgare e miserabile sia, in fondo, il male che scegliamo di fare agli altri. “I più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole, ma da persone che seguono le regole. Sono le persone che seguono gli ordini che sganciano le bombe e massacrano i villaggi”. Elementare, Watson.

L’esposizione vale la sofferenza dell’uso della mascherina, soprattutto per le opere meno conosciute di Banksy che ci restituiscono un artista sempre più chirurgico nella precisione con cui è in grado di descrivere il mondo in cui viviamo, e che in fondo fa esattamente quello che ogni artista dovrebbe fare: disturbare le coscienze, torcere le budella nello stomaco e “istigare” alla libertà.