«Il Giro è come il mare per i naviganti: buono, cattivo e maledetto al tempo stesso» scrisse Bruno Raschi, fine cantore e poeta del pedale. È l’imprevedibilità di una corsa dura e nervosa come il Giro d’Italia a tracciarne il solco con il Tour de France, dove è tutto più grande ma più omologabile. Il Giro da sempre è la corsa degli italiani e ne incarna i vezzi: volubile, fumantino, spesso ingovernabile. È una storia lunga centodieci anni, fatta di aspri duelli, liti furibonde, agguati, ma anche di imprese divenute icone per la mitologia. Una corsa che per questo cattura i sentimenti popolari. E sarà così anche questa volta, al capitolo numero 102 del romanzo rosa.

Il tracciato 2019

Lo scorso anno, quando il destino pareva essere già scritto, Chris Froome s’inventò una fuga epica sul Colle delle Finestre tra il tripudio delle tribù indiane assiepate sui crinali. Il kenyano bianco volò così verso la prima maglia rosa della carriera, strappandola al povero Simon Yates, letteralmente finito alla deriva. Significa che, pur moderno e tabellare che sia, il ciclismo sa ancora infiammare gli animi. Froome quest’anno punta tutto sulla cinquina al Tour e non ci sarà, come non ci sarà il suo compagno alla neonata corazzata Ineos Geraint Thomas, l’ultima maglia gialla, anch’egli destinato alla Grande Boucle. Poco importa: ingredienti ce ne sono in abbondanza, e il sale ce lo metteranno gli interpreti.

Vincenzo Nibali

Vincenzo Nibali è il nostro faro, va a caccia della terza maglia rosa, e già al recente Tour of the Alps ha mostrato di avere in corpo watt sufficienti ad accendere la corsa; a sbarragli la strada trova il ciclismo geometrico dell’olandese Tom Dumoulin, vincitore due anni fa, un osso duro, un tipo essenziale ma solido, forte contro le lancette e indomabile guerriero quando la strada inizia a salire; occhio poi al rampichino colombiano Miguel Angel Lopez, e a quel Simon Yates, che dopo aver patito la dura lezione, potrebbe aver capito come si fa. Segnatevi quindi il nome di Primoz Roglic: lo sloveno da ragazzo saltava con gli sci dal trampolino, ma quando gli è scattata la molla della bici, non l’ha più lasciata. In sella par di vedere La Cosa dei Fantastici Quattro; quest’anno corre per la classifica e al Giro di Romandia della scorsa settimana ha fatto intendere che non scherza affatto. Orfana di Froome e Thomas, l’Ineos schiera due ragazzi sfrontati, Tom Sawyer e Huck Finn, all’anagrafe il lentigginoso londinese  Gheoghegan Hart e il russo del Piave Sivakov, che al Tour of the Alps han fatto fuoco e fiamme. 

Il terreno è fertile per tutte le idee e invita al coraggio: tappe mosse e vallonate per i finisseurs, tre cronometro sui generis, gli sprint per velocisti, e le grandi vette concentrate nell’ultima settimana, quella della verità. La degna conclusione nell’Arena di Verona, la cornice più bella che già ha abbracciato Giovanni Battaglin nel 1981, Francesco Moser nel 1984 e Ivan Basso nel 2010. Guarda caso, tre italiani: come dire, magari non succede, ma se succede…

Elia Viviani

Due i veronesi al via, Elia Viviani e Davide Formolo.  Il campione d’Italia è chiamato a difendere la maglia ciclamino conquistata lo scorso anno a colpi di volate al fulmicotone: il duello con il colombiano Fernando Gaviria, suo compagno la scorsa stagione, si preannuncia appassionante. La concorrenza è folta e agguerrita: ecco allora sul vassoio i nomi del francese Arnaud Demare, del canguro Caleb Ewan, e del tedescone Pascal Ackermann.

Davide Formolo

Davidino Formolo, a 26 anni ha capito che vuol far da grande: reduce da una sfavillante Liegi, “Roccia” è al Giro per curare la classifica e centrare almeno un successo di tappa. Ha testa e gambe per riuscirci. Adesso parlare non serve più. Conta solo pedalare. In bicicletta, funziona ancora così. E il mare ritratto da Bruno Raschi? Lo scopriremo presto, ma si preannuncia mosso, molto mosso.